Albergo dei Poveri

Categoria: PALAZZO

Denominazione: Albergo dei Poveri

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Ubicazione:

Circoscrizione: Castelletto

Indirizzo: Piazza Emanuele Brignole

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Notizie storiche

Secolo: seconda metà del XVII sec.

Data: Delibera del 1652. 1656 anno di apertura del cantiere.

Attività (uso attuale): Sede della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. Attualmente non è visitabile per lavori di ristrutturazione in corso.

Uso storico: ricovero o rifugio ove ospitare i poveri della città

 

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Descrizione

La costruzione di questo grande reclusorio, si pone come estrema soluzione al problema del pauperismo locale. L’albergo risultava all’epoca ubicato appena fuori la vecchia cinta di mura cui era collegato da un strada appositamente creata, ma entro le nuove fortificazioni. In questo modo la città e i Protettori dell’Istituzione erano in grado di controllarne quotidianamente la situazione interna, ma contemporaneamente si isolavano gli ospiti, individui in qualche modo socialmente difformi o pericolosi. L’albergo ospitava infatti gli inabili (infanzia abbandonata, minorenni sbandati, donne malmaritate, vedove, vecchi, pazzi non furiosi) e gli indigeni (mendicanti e vagabondi) il cui governo rappresentava evidenti problemi di polizia e di ordine pubblico.

Nel 1653 venne creata una Deputazione alla fabbrica con Emanuele Brignole che sarà presente fino alla morte (1678) e oltre, per via delle vincolanti disposizioni testamentarie. I fondatori vengono ricordati dallo stesso Brignole, con parole commosse, nel suo testamento: si tratta del cugino Anton Giulio Brignole-Sale, Giacomo Filippo Durazzo, Gio. Francesco Granello effigiati da Francesco Barberini con statue in stucco, ancora presenti nella struttura. Il Brignole si occupò sin dal 1653, sia della scelta del sito, che obbediva ad alcune considerazioni di carattere generale come la salubrità collinare, sia della scelta del progetto, realizzato dagli architetti più noti della repubblica come Girolamo Gandolfo, Giovan Battista Ghiso, Pier Antonio Corradi, Antonio Torriglia. Punto di riferimento il modello disegnato da Filarete per l’ospedale Maggiore di Milano e l'Escorial, fatto costruire da Filippo II a Madrid e terminato nel 1586, cui si ispira maggiormente l'Albergo dei Poveri. In sede locale l’Albergo viene considerato come una delle meraviglie della città.

L'edificio presenta una pianta quadrata, ad un tempo funzionale e simbolica, entro la quale si inserisce un organismo a croce greca, destinato al culto, che definisce quattro cortili indipendenti. Nel punto di incontro delle quattro braccia della croce greca fu posto un altare che permetteva il controllo delle corsie e contemporaneamente offriva la possibilità a tutti i ricoverati di assistere alle funzioni sacre. I cinque piani di altezza e una cubatura di circa 10.000 mq fornivano uno spazio sufficiente ad accogliere circa 4000 persone in condizioni igieniche accettabili e suddivise per sesso e per età.

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Opere notevoli

La chiesa fu dichiarata “Opus Publicum” subito dopo la peste del 1656-57, quando la Repubblica decise di dedicare una chiesa all' Immacolata Concezione come voto di ringraziamento. La scelta cadde dunque sulla chiesa dell’Albergo, nelle cui fondamenta erano seppellite circa 10.000 vittime della peste. La prima pietra della chiesa fu posta il 28 Aprile 1657 e fu terminata nel 1670. L’antichiesa con volta a botte ribassata, è ritmata da coppie di lesene in stucco che inquadrano tre porte finestre, affacciate sui cortili laterali, e le nicchie con le statue dei benefattori. La chiesa vera e propria rimane sopraelevata di cinque gradini rispetto all’antichiesa, e posizionata al centro del complesso. Al di sopra del presbiterio si apre la cupola, circondata da quattro piccoli campanili angolari. All’interno della chiesa, sull’altare maggiore, opera di Francesco Maria Schiaffino (1751), è posta la statua dell’Immacolata di Pierre Puget (1668-70) commissionata da Emanuele Brignole e lasciata in eredità al complesso. Sono presenti quattro altari laterali (due per lato) sistemati a metà Settecento. All’esterno la chiesa si proietta sul risalto centrale della facciata che presentava nel timpano un grande affresco di Giovanni Battista Carlone ora perduto, rappresentante “l’ Immacolata in una gloria d’angeli con ai pedi i quattro santi protettori della città intercedenti presso di Lei” e al di sotto lo stemma della Repubblica. Partendo dall’atrio di ingresso si sale al “portico superiore” attraverso due scaloni. Lungo questo percorso pubblico sono collocate statue, rilievi e lapidi dedicate ai benefattori dell’istituzione. Anche nell’antichiesa ci sono statue commemorative dei benefattori datate tra il Sei e il Settecento.

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Note

I primi ospiti entrarono nel’edificio nel Novembre 1664. Si trattava delle donne della Bregara che furono sistemate nel braccio sud-est (corrispondente alla facciata). Nel 1666 risultano imbastiti i due bracci a levante e il Brignole assegna i dodici venteni della sua eredità per il loro completamento. Qui verranno trasferiti i Vecchi di Carignano, i Putti spersi e gli uomini della Rocchetta. Nel 1669 è in costruzione il braccio destinato a laboratorio. Nel 1774 erano terminati i lavori pattuiti con il Brignole ma alla sua morte mancava il completamento del quadrato e della facciata ad ovest che richiedevano imponenti sbancamenti. Questi lavori furono ripresi nel 1800 ma portarono solo al completamento della facciata ad ovest con la costruzione del torrione. L’edificio di oggi è incompleto rispetto al piano originario.

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Bibliografia

Elena Parma Armani, "L’Albergo dei Poveri di Genova. Una struttura assistenziale seicentesca, Genova, Comune, 1978.

Elena Parma Armani, "Albergo dei Poveri (Istituto di ricovero E. Brignole)", Genova, Nuova Alfa editoriale, 1992.

Elena Parma Armani, “Genesi e realizzazione di un reclusorio seicentesco: l'Albergo dei Poveri di Genova”, in Studi di storia delle arti, n. 1, Genova, 1977, pp.103-120.

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Le Guide


Carlo Giuseppe Ratti

Il Ratti, nella sua Istruzione di quanto può vedersi di più bello in Genova, in pittura, scultura ed architettura, cita i nomi degli architetti che furono impiegati «…in architettare quella gran fabbrica» soprattutto Battista Ghiso «che più d’ogni altro vi operò». Precisa che «il grande affresco coi Santi Protettori della Città nella facciata è di Giovanni Battista Carlone» e che «le statue in stucco de’ Benefattori di sì opera Pia sono lavoro del Barberini lombardo». Grande compiacimento mostra per «la nobil chiesa» della quale descrive la statua della Vergine del Puget e il bassorilievo raffigurante la Pietà, di fattura michelangiolesca, quali opere di somma considerazione. Ricorda, poi, le statue in stucco eseguite «dal nostro Biggi» e la tavola della Trasfigurazione del Signore, di Piola. Infine, con dovizia di particolari, descrive la pianta e le dimensioni dell’edificio: gli interni, le belle fontane, le categorie di ricoverati e il personale addetto alla loro assistenza e a dirigere la struttura.

 

Anonimo genovese

La descrizione dell’Anonimo genovese è molto più accurata di quella del Ratti. Individua, innanzitutto, il luogo in cui si trova l’edificio «detto di Carbonara». Poi ne descrive dettagliatamente la struttura: «nella sua pianta è un quadrato perfetto. Per dire alcuna cosa della di lui grandezza, egli è 71 mila palmi in quadro; ha dentro quattro giardini, ciascuno di palmi 210 similmente in quadro» Definisce bella «la pittura a fresco di Giovanni Battista Carlone che presenta la B.ma Vergine coi Santi Giovanni Battista, Lorenzo, Giorgio e Bernardo protettori della città e un’iscrizione che annunzia le difficoltà dell’impresa nell’erezione della fabbrica»; poi riprende con le dimensioni dell’edificio «cinque piani con vaste stanze proporzionate al gran numero de’ poveri che vi si ricevono. Gli architetti che vi furono impiegati sono Antonio Corradi, Girolamo Gandolfo, Antonio Torriglia e Battista Ghiso». Con sicurezza annuncia l’anno di inizio lavori: il 1650. Cita gli appartamenti del Parroco e del Rettore e la chiesa, che dice essere conforme alla pianta del tempio di Salomone. Menziona il Barberini lombardo quale autore principale di molte delle statue in marmo poste lungo le scale e nel vestibolo e dedicate ai benefattori di quest'opera pia. Inoltre ricorda la «bellissima statua della B.V. Maria col Mistero della di lei S.S.ma Concezione del Puget [...] e l’Ascensione del Signore colla B. Vergine e S. Apostoli, che è delle buone di Domenico Piola» . Poi, descrive il bassorilievo raffigurante la Pietà come opera certa di Michelangelo dandone un giudizio critico assolutamente entusiasta: «Non puossi guardarlo senza provare una sensibile commozione». Tale attribuzione è ripresa da una lunga tradizione orale, ma si rivela inconsistente, anche se il pezzo è di sicura provenienza romana, almeno secondo Banchero (1846). Per l’Anonimo invece : «Bello oltremodo ne è il sacro volto e tutta la fattura del busto abbenché tronco; egualmente quella della madre è ammirabile tanto nel viso, come nelle mani colla maggiore eleganza ritratte. E’ un pezzo eccellente, e lo scalpello del Divino Artefice ha ben marcato la differenza d’età nei due volti della madre e del figlio». Conclude velocemente la parte descrittiva dell’edificio. Federico Alizeri muove una piccola critica all'Anonimo: «L’anonimo autore non spende una parola per inserirsi nella lunga schiera degli elogiatori di questa spettacolare iniziativa filantropica di carattere schiettamente seicentesco». (Alizeri, 1846)

Davide Bertolotti

Il Bertolotti nel suo Viaggio nella Liguria Marittima è entusiasta di questo «gran monumento della carità genovese», ritiene che «l’altezza, l’ampiezza, la magnificenza dell’Albergo de’ poveri fanno attonito l’osservatore». Prima di passare alla descrizione dell'edificio, in modo più circostanziato dell’Anonimo, si sofferma sul suo contesto: «detto Carbonara [...] Le montuose pendici sulle quali è assisa gran parte di Genova, sono in più luoghi solcate da valli profonde. In una di queste valli, fuori della cerchia antica, sorge il gran monumento della carità genovese. Una lunga piazza, adombrata da frondosi alberi ed accomodata di sedili di pietra, sta dinanzi all’Albergo de' poveri. Parecchie ville ghirlandano le circostanti eminenze che di se fanno grembo. A differenza delle altre parti di Genova dove generalmente predomina il gajo, il ridente, ogni cosa qui induce l’animo al raccoglimento solenne, benché non iscompaganto la grave letizia». Mostra però di non gradire la decorazione, un po’ troppo pesante, della facciata. «a cui forma base un ordine toscano e gira sopra un ordine corinzio e piramideggia in cima un frontispizio composito». Passando poi alla descrizione dell’interno, si associa a quello «straniero [si capirà poi che allude a Dupaty] che disse doversi chiamare il Palazzo de’ Poveri non già l’Albergo». Non apprezza affatto le «molte statue colossali» che «rappresentano i generosi benefattori. Esse attestano il pessimo secolo dell’arte co’ pesanti ed in una svolazzanti loro panneggiamenti, colle movenze esagerate, colle membra quasi contorte». Particolare interessante, ricordato dallo stesso Bertolotti: «a chi dona 100 mila lire o più s’alza una statua, chi ne dona 50 mila ottiene un busto e chi 25 mila una lapide». Anche lui considera «un prezioso lavoro in marmo» quello che «abbellisce la nobile chiesa: una Pietà in basso rilievo ed è fama, sebben dubbia, che lo conducesse lo scalpello di Michel più che mortale, Angiol divino». Ricorda poi che «la statua della Vergine in atto di ascendere al cielo, con un gruppo di angioletti di sotto, posta all’altar maggiore, è opera di Puget». Bertolotti torna, infine, a parlare di Charles Dupaty relativamente alla statua della Vergine del Puget: «questo scultore, volendo rappresentare un miracolo, ne ha fatto uno egli stesso. La lode è ammanierata al pari della scoltura»

 

Federico Alizeri

Federico Alizeri, nella sua Guida artistica per la città di Genova, descrive la chiesa e parla di «molte nicchie simulacri di benefattori» e dei «due vasti oratorii, ne quali si radunano a preghiera i ricoverati d’ambo i sessi». Mostra grande ammirazione per la tavola del Piola: «fra le tavole che adornano i quattro altari minori non si nota che quella dell’Ascensione perché sola di un certo autore, che è Domenico Piola» e, come Ratti e Bertolotti, è attratto dall’opera di Puget da taluni criticata: «Corre l’attenzione al marmoreo gruppo dell’Immacolata che posa sui gradi ... Non voglio speculare sui pregi e sui difetti di questa imagine, censurata in molte parti dal severo Cochin, connazionale dell’autore, e lodata a cielo dal Ratti, nel quale le scorrettezze del gusto non mossero mai scrupolo. Quel tanto ch’io posso scrivere senza superfluità della presente statua, onora del pari e l’autore e il committente (ovvero Emanuele Brignole), poiché nel novero di quelle che il Puget lasciò in Genova niuna può contendere i primi encomii se non forse il S. Sebastiano ch’è nella basilica de’ Sauli». Quanto alla «Divina Pietà» ed alla disputa sulla sua attribuzione a Michelangelo Alizeri si limita a spiegare le motivazioni che adducono le parti, ma sembra convincerlo maggiormente l’opinione degli scettici: «dicono che in fatto di belle arti gran giudice è l’occhio e questo li avvisa come nella scultura manchi sovratutto quel risoluto, deciso, magistrale ch’è la somma dote di quel divino, senza dir delle pieghe mal composte e dure sul capo di N.D., e le minute ed ignobili forme del viso. Cercano per tanto ne’ seguaci di Michelangelo un nome probabile e non a torto s’arrestano al Montorsoli e al Francavilla, ambo vissuti a Genova e ambo devoti a quello stile»


Nella Guida Illustrativa del cittadino e del forastiero per la città di Genova e sue adiacenze, Federico Alizeri consiglia il lettore di visitare quel «colosso di fabbrica» ritenendolo «il secondo dei monumenti che faccian fede alla pietà de’ nostri avi». Il primo, secondo quanto lui stesso scrive altrove, doveva essere Pammatone. Poi si sofferma, a lungo, nello spiegare i motivi che portarono alla costruzione dell’edificio «tra per privati sussidi e per pubblici»: «Di malo augurio fu a Genova il 1539 per tale distretta di carestia che una folla di popolo n’andava a perire ... A siffatta calamità si provvide colla istituzione dell’Uffizio de’ Poveri, alla cui costruzione concorse il Governo della Repubblica delegando a vegliarne le opere due patrizi di provato zelo, Emanuel Brignole e Oberto Torre». Cita i nomi di tutti gli architetti chiamati a condurre i lavori (Stefano Scaniglia, che disegnò il progetto, Battista Ghiso, Pier Antonio Corradi, Girolamo Gandolfo ed Antonio Torriglia). Passa poi a descrivere, con dovizia di particolari, l’interno dell’edificio: «spazioso in quadrato di metri 20,000: ch’egli è partito in ben cinque ripiani, ciascun de’ quali han puliti dormitori e a buon numero stanze. Quattro cortili servono in ore prefisse a diporto di tanta moltitudine; e v’han più sale ordinate a scuole e officine di varie arti, i cui prodotti annualmente si espongono venali alla vista del pubblico il giorno della SS. Trinità, compartendo i guadagni tra l’Ospizio ed il povero operaio». Qui Alizeri descrive come «stupisce la mente e s’inarcan le ciglia a squadrar sul di fuori l’enorme fabbrica e più ancora ad entrarne le soglie. Severo è il prospetto partito in tre corpi, de’ quali il mezzano soverchia in altezza, mostrando un affresco che ancor dura alle intemperie ove G.B. Carlone colorì N.D. adorata dai Santi Patroni della città». Oggi quest'ultimo è purtroppo perduto, ma se ne conserva un bozzetto, datato presumibilmente tra il 1667/1668 e il 1671. Inizia quindi la lunga digressione sulle statue dedicate ai fondatori dell’edificio e ad esponenti delle nobili famiglie genovesi. La maggior parte di esse sono opera di Barberini lombardo. Tra loro cita: la Provvidenza, allegoricamente effigiata come «una donna scettrata che versa frutta da una cornucopia» e la statua di Gerolamo Grimaldi(dal cui lascito a fini caritativi furono derogati, per l’Albergo, 60.000 scudi d'argento). Lungo lo scalone a sinistra si trovano «il colosso d’Angiol Giovanni Spinola ed Ettore Vernazza di fianco che raccoglie in sua tutela un garzoncello mendico». Le quattro statue dell’atrio superiore sono, invece, dedicate a contemporanei: parenti, amici, collaboratori di Emanuele Brignole (il cugino Anton Giulio Brignole Sale, il cugino acquisito Giacomo Filippo Durazzo, l’amico Francesco Granello e il pio Franco Borsotto). Passando, poi, alla descrizione delle sculture collocate in chiesa, è decisamente meno entusiasta «Men fortunata a monumenti siffatti parrà la chiesa ... Mediocri statue (come incontra in ogni altro ospizio) si difilano a noi per le nicchie e di mano ignota». Alizeri menziona la «statua marmorea dell’Immacolata Concezione posta sull’altar maggiore» del Puget su committenza di Emanuele Brignole; ma aggiunge: «Nel secolo appresso, non sembrando l’altare abbastanza ricco, fu chiamato a fregiarlo nella mensa e nei gradi Francesco Schiaffino con altre figure ed acconci accessori, e Francesco Biggi, in istile oltre l’uso assennato, modellò nelle nicchie da tergo i due santi Patroni Battista e Lorenzo». Torna, infine, sulla controversa questione attributiva della Pietà di fattura michelangiolesca ed esprime tutto il proprio apprezzamento per il trittico donato all’ Albergo dei poveri dall’ umile «chiesuola di S. Lazzaro, il cui ospedale s’associò a questo Ospizio». Ed offre un’ accurata descrizione di questo dono: «ha forma di trittico e primeggia nel campo di mezzo la Vergine in seggio col Putto sulle ginocchia; son ritti a’ due lati i due santi Lazzari, il Vescovo ed il Lebbroso. Trovarne l’autore è impossibile, tanto ella giacque dimenticata; congetturarlo tra i nostri o fra quelli che vissero in Genova è temerario, tanto ella avanza i pennelli contemporanei. Il Mantegna ed il Sacchi sarebbero scarsi per avventura a siffatta squisitezza di tavola ...» (E' stata invece attribuita al Sacchi)

 

Giuseppe Banchero

Il Banchero, nella sua Guida Genova e le due Riviere, si sofferma a lungo sull’iter progettuale e sulla costruzione dell'Albergo dei poveri, concludendo: «Per quante indagini io abbia praticato per discoprire il vero autore del disegno di sì vasto e grandioso fabbricato, non vi riuscii perché nol trovai in verum libro o MS»; tuttavia aggiunge che, sulla base di una «relazione» consultata, il maestro Stefano Scaniglia «delineò il quadrato della pianta» che poi fu «migliorato in qualche parte da Giovan Battista Ghiso».
Per la posizione topografica dell’edificio riporta le testuali parole del Bertolotti; parla a lungo dell'autore di affreschi e sculture, narrandone la vita e le tecniche e svelando un attento occhio critico: «Fra i molti pittori che in vari tempi uscirono dalla famiglia de’ Carloni, niuno ne abbiamo avuto superiore a Gio. Battista[...] il suo dipingere è di un’energia meravigliosa. Riuscì maestrevolmente a olio e a fresco; nel colorire e disegnare fu veloce e corretto, fece immenso numero di opere e si ebbe diligenza quanta in pochi frescanti. Per lo che le tinte che sul fresco sogliono comparire fiacche e snervate quali sarebbero i verdi, azzurri, rossi ecc; ei, con un metodo suo particolare, dopo d’aver preparato sull’intonaco la tinta, conveniente l’andava poi sull’asciutto velando con mirabile artificio».
Lunga e precisa è la descrizione planimetrica del complesso monumentale e del suo interno; dei busti, delle statue e delle iscrizioni «presenti tanto nelle scale, quanto nei superiori corridoi e nella galleria della chiesa». Fra le opere degne di menzione, cita naturalmente la «Divina Pietà», secondo lui «condotta dallo scalpello di Michel più che mortal angiol Divino», e l’Immacolata Concezione del Puget sull’altar maggiore. Di quest'ultimo ammira «la varietà dei fregi che lo adornano e i due angeloni che lo sostengono, opera del nostro genovese Schiaffino». Ricorda poi le due statue in stucco di S. Lorenzo e S. Giovanni Battista, «inventate e condotte dal Biggi» ma - aggiunge - «con poco buono successo».
Delle sculture di Gio Battista Drago e Carlo Rubatto ammira particolarmente quella raffigurante S. Marco che secondo lui «pare vivamente inspirato a registrare i dettati evangelici». Altra statua degna della lode di Banchero è la S. Caterina, «eseguita con assai naturalezza», e più avanti si legge: «belle assai sono le teste di S. Giovanni e di S. Matteo; gli atti sono spontanei e non studiate, ma naturali le pieghe». Ricorda, di seguito, la tavola del Piola con l’Ascensione del Signore e ne commenta lo stile: «il suo colorito è delicato, sugoso, morbido, di un soave impasto, però non tutto scevro da’ difetti di quel tempo». Nella chiesa riservata agli uomini, Banchero cita «due tavole di Gio. Andrea De-Ferrari, nell’una di esse vi espresse la morte di giusto; nell’altra la morte del peccatore, rappresentata con tutta la più forte e spaventosa maniera in un moribondo, che intorniato da demoni porta scolpito nel volto l’orrore e la disperazione»; mentre nella chiesa delle donne ricorda, tra le altre, la tavola di Gio. Battista Carlone, raffigurante «S. Benigno in atto d’essere da’ manigoldi strozzato, mentre frattanto gode la visione di Dio Padre e della Madonna». Definisce l'opera: «quadro d’una verità mirabile».

Singolare da parte del Banchero, è l’indicazione dei giorni e dell’orario di visita per i forestieri: «ha luogo solamente nei dì non feriali, dalle 9 di mattina fino a mezzogiorno, e dalla 5 pomeridiane fino alle 7, nei mesi da maggio a tutto agosto, e dalle 2 fino alle 4, nei mesi da settembre a tutto aprile»

 

P.Bussolotto

Il Bussolotto inizia il suo trattato - Indicatore commerciale artistico-letterario e descrittivo della città di Genova - parlando dell’importanza delle istituzioni caritatevoli in un periodo di «straordinarie calamità di epidemie o di caro nei viveri». Continua compiaciuto: «Singolare pregio della beneficenza genovese è l’universalità e le previdenti e savie destinazioni rivolte a sovvenire le innocenti disgrazie ...Insomma a tutte le miserie anche morali fu provveduto con privati doni e questi grandeggiarono a proporzione dei pubblici bisogni ... fra gli innumerevoli largitori, più solenne memoria per generosità di doni, caldezza d’affetto, senno religioso e civile, meritano i nomi di Bartolomeo Basso, Ansaldo Grimaldi, Ettore Vernazza, Emanuele Brignole, Domenico Fieschi […]» Poi, con dovizia di dettagli, inizia la descrizione del maestoso edificio. Cita poi l’affresco della facciata, eseguito da G. B. Carlone e raffigurante la Beata Vergine con i santi protettori della città. Menziona le statue in stucco collocate nel vestibolo, un «grandioso monumento» raffigurante Gerolamo Grimaldi e la Benefattrice in veste di Provvidenza. In seguito passa alla minuziosa descrizione delle sculture sulla «scala a parte sinistra», riportando per ognuna il testo delle rispettive iscrizioni commemorative. Grande ammirazione mostra per la chiesa «ricca d’ornati, di statue fra le quali primeggia quella della Concezione della B.V. che decora l’altar maggiore, lavoro del Puget, dono del suddetto Emanuele Brignole, ma opera più d’ogni altra pregevole è un bassorilievo di Michelangelo, rappresentante la Vergine che sostiene il corpo esangue del figlio, le statue in istucco dietro l’altar maggiore sono di Francesco Biggi; il quadro colla trasfigurazione di Cristo è di D. Piola». Si sofferma, quindi, a parlare dei corridoi, delle sale di lavoro, dei dormitori, dei refettori, premurandosi di tranquillizzare il lettore che «le parti tutte interne corrispondono per vastità, opportuna distribuzione, abbondanza d’aria e luce, alle esigenze del servizio ed alla buona igiene di tanto numerosa famiglia» Prosegue il suo trattato affrontando questioni relative all'amministrazione dell'edificio, alla contabilità, a lasciti, donazioni ... Descrive perfino i criteri adottati per l’assistenza ai degenti. Riporta notizie sulle attività artigiane che si svolgevano all’interno dell’istituto, sull’orario di lavoro e su quello dei pasti. Di seguito annota per sommi capi anche il menù giornaliero e l’abbigliamento indossato da uomini e donne. 

 

I Viaggiatori


C. Dupaty - Lettres sur l'Italie, 1785. Lettera XXI

«Cos’è questo superbo monumento? La sua imponenza, la sua altezza, la sua estensione, la sua magnificenza mi sbalordiscono. E’ un ospedale! Lo chiamano Albergo dei poveri bisognerebbe chiamarlo il Palazzo dei poveri. Ma quanto queste colonne di marmo, questi pilastri di marmo, tutti questi ornamenti di marmo mi colpiscono! Ognuna di queste colonne occupa lo spazio di parecchi uomini. Hanno forse voluto restituire ai poveri in un unico palazzo, lo spazio che appartiene loro in tutti i palazzi ? I poveri sono accolti qui all’interno di un albergo, e non chiusi in una prigione. Potrebbero uscire anche l’indomani se volessero, le ragazze con una dote, gli uomini con un mestiere. Queste beneficenze non sono catene. Si è avuta cura di disseminare nell’immensità di questo edificio le statue di tutti i benefattori che lo hanno fondato o che lo finanziano. I primi sono rappresentati tanto quanto i secondi. Emblema felice e tenero insieme! Distintamente ingegnoso! Sono certo che le anime sensibili, nascoste qui sotto la miseria possano manifestare la propria riconoscenza a un oggetto che offre maggior “ presa” di quanto non ne offra un nome a qualche immagine, a questi marmi. Si deve questo ospedale con le sue bellezze a svariate cause: alla vanità, alla religione, alla compassione. Le entrate di questo ospedale sono immense; sono sufficienti a nutrire il quadruplo dei poveri presenti. Ma ci sono alcuni amministratori. Ho visto nella cappella un medaglione di marmo. Rappresenta “Gesù morto nelle braccia di sua madre” c’è Gesù, c’è la morte, c’è una morte, c’è la madre, e c’è Michelangelo (arcangelo). Ecco alcune statue che rappresentano un’Assunzione. Sono dovute allo scalpello di Puget che, nel rappresentare un miracolo ne ha compiuto uno».

 

Stendhal Journal d’un voyage en Italie et en Suisse, pedant l’année 1828

«Vedere l’ospedale o Albergo dei poveri: bassorilievo attribuito a Michelangelo»

Tratto da Giuseppe Marcenaro - Viaggio in Liguria, Genova, 1992, pp. 60-61

 

M.P. Gauthier - Le plus beaux edifices de la Villa de Gênes et de ses environs, Paris 1818

«L’Albergo dei poveri, ossia asilo per i poveri, uno dei più vasti e rimarchevoli d’Italia, fu cominciato nel 1654 sui progetti di Antonio Corradi. Vi furono impiegati anche Girolamo Gandolfo, Antonio Torriglia, Battista Ghiso; quest’ultimo vi ebbe la massima parte. Si arriva all’Albergo per una strada costeggiata di alberi e ornata di muretti di pietra a qualche distanza l’uno dall’altro. La chiesa occupa il centro dell’edificio; la parte anteriore è riservata al pubblico, le due navate laterali, la galleria e il coro sono destinati a ricevere i poveri dell’albergo. Questo edificio offre da tutti i lati un insieme soddisfacente, il ché dimostra che i diversi architetti che ne hanno diretto successivamente la costruzione, hanno seguito felicemente gli stessi criteri»

 

J. Janin – Voyage en Italie. 1838

«Dopo il palazzo Ducale, la dimora della potenza passata di Genova, bisogna visitare l’'Albergo dei poveri molto più ricco del palazzo Ducale stesso. Tre grandi architetti lo hanno costruito con un lusso incredibile. Vi si può ammirare, adagiato tra le braccia della Madonna, un magnifico Cristo di Michelangelo, marmo stupendo. L’altare maggiore è di Pierre Puget, il Michelangelo francese. Le sue opere sono numerose a Genova. I genovesi, con un istituto che è mancato a Luigi XIV, avevano capito che il loro vicino, lo scultore di Marsiglia, era un grande artista poiché vi sono più opere di lui a Genova che a Versailles. Nell’Albergo dei poveri tutto è silenzio, freschezza, bellezza, riposo. Sulla cappella, piena di opere d’arte si aprono i dormitori di poveri felici poiché sono i padroni delle ricchezze intorno. Se nell’albergo dei poveri ci sono ori e marmi, si può pensare che né l’oro né i marmi manchino alle chiese. Cosi è difatti: in tutte le chiese di Genova si ritrova la stessa mirabile profusione»

Tratto da Giuseppe Marcenaro - Viaggio in Liguria, Genova, 1992, pp.79-82

 

C. Lemonnier – Souvenirs d’Italiè, Paris, 1832, p. 409-410

«L’Albergo dei poveri, edificio vasto e superbo, potrebbe chiamarsi “Palazzo dei Poveri”. A qual fine questo lusso? È scioccante in un ospizio, ed soprattutto là il meglio è il nemico del bene. Ogni grande città deve un asilo ai poveri, in un luogo semplice, ben aerato, salubre; ma non bisogna innalzare monumenti alla povertà, quando non si può dare il superfluo che alle spese del necessario. Punti di spettacolo in questo monumento a causa del Giubileo (1826). Imponenti processioni di penitenti mascherati che, dalla mattina alla sera, percorrono le strade salmodiando litanie. Qui sembrano essere più devoti del papa; mare senza pesce, uomini senza fede, donne senza vergogna, è un detto malizioso degli italiani a proposito di Genova. Tutto ciò che mi è permesso dire delle genovesi è che la loro bellezza è comparabile a quella delle milanesi; Il “mezzero” che avvolge senza nasconderlo, il viso affascinante, lascia intravedere gli occhi dolcissimi. È un gran peccato che questi occhi siano perfidi. Montesquieu non era un poeta, sebbene scrivesse in versi, in verità pochi, e tanto meglio così, perché la sua prosa è più solida. Tra le sue poesie brevi, si trova una satira contro Genova. Il suo genio non è sempre gentile:

“Addio Genova detestabile.

Addio, soggiorno di Pluto,

Se il cielo mi ascota,

non vi rivedrò più …

non c’è nulla di confrontabile

al piacere di lasciarvi”

E' dubbio che, per quanto si finga ogni merito personale, sia cancellato a Genova dallo splendore dell’oro, ed è evidente che Montesquieu era in un periodo di cattivo umore quando compose questa satira. Peggio ancora, i suoi versi cattivi sono anche cattivi versi»

 

Bibliografia


Alizeri F., Guida artistica per la città di Genova. Vol II, parte II, Genova, 1846, pp. 1102-1124.

Alizeri F., Guida Illustrativa del cittadino e del forastiero per la città di Genova e sue adiacenze. Genova, Dambolino, 1875, rist. anastatica Forni, pp. 513-519.

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Ultimo aggiornamento 26 Ottobre 2022